La South Sea Company

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Da Traderpedia.
The greatest ladies thither came,
and plied in chariots daily,
or pawned their jewels for a sum
to venture in the Alley.
Then stars and garters did appear
among the meaner rabble;
to buy and sell, to see and hear
the Jews and Gentiles squabble
“Every fool aspired to be a knave”.
(A South-Sea Ballad)


La storia della South Sea Company, nata poco prima della pace di Utrecht che sancì la fine della guerra di successione spagnola, è quantomeno originale. A causa della guerra il debito pubblico inglese si era fatto nel corso degli anni progressivamente ingente fino a raggiungere cifre astronomiche. Come rimborsare il debito?

Semplicemente cedendolo!

Detta così suona quasi come una battuta ma in realtà la South Sea Company venne fondata nel 1711 da Robert Harley, conte di Oxford, affiancato nella sua impresa da John Blunt, proprio con lo scopo di rilevare l’ingente debito pubblico in cambio di un interesse e del monopolio dei commerci con le colonie spagnole nel Sud America. Un accordo che avrebbe potuto fornire una soluzione alla pressione del crescente debito pubblico accumulato.


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South Sea Bubble. Edward Matthew Ward, Tate Gallery.


La compagnia assunse su di sé la gran parte di questo enorme debito e lo consolidò. Lo Stato pagava un interesse al 6% e concedeva il diritto di emettere azioni da collocare presso gli investitori e di avere «l’esclusiva del commercio e del traffico, a far data dal 1° agosto 1711, da, verso e all’interno dei regni, territori ecc. d’America sulla costa orientale del fiume Aranoca, all’estrema parte settentrionale della Terra del Fuego…» e ancora «da, verso e all’interno di tutti i Paesi entro gli stessi limiti, ritenuti appartenere alla Corona di Spagna, o che saranno scoperti in futuro».
L’idea solleticò la fantasia degli investitori che vedevano la possibilità di fare enormi profitti con i commerci e quindi ogni emissione di azioni fu un completo successo. Le azioni vennero a costare cifre sempre maggiori senza che ci fossero profitti reali in grado di giustificare l’incremento dei prezzi. Semplicemente si riponeva sulla società una fiducia illimitata.


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Documento del 1730 che certifica la vendita di azioni della South Sea Company. Una vera rarità.


La concessione che avrebbe permesso l’attività commerciale nei mari del Sud sarebbe dovuta arrivare dalla Spagna. Daniel Defoe si espresse in questi termini circa i rapporti commerciali tra Spagna e Inghilterra al termine della guerra: «A meno che gli spagnoli non si svestano dal buon senso, non si facciano fatui e rinunciatari, non abbandonino il proprio commercio gettando via il solo prezioso diritto che gli rimanga al mondo, a meno che, insomma, non siano determinati a cercare la propria rovina, non possiamo pensare che essi mai, per qualsiasi ragione o in cambio di qualsiasi cosa si possano privare di un gioiello così inestimabile come il diritto esclusivo di commerciare con i propri possedimenti».


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Robert Harley, conte di Oxford.


Il trattato di Utrecht del 1713 garantì alla compagnia un solo carico all’anno in cambio di una quota dei profitti, oltre alla tratta di schiavi negri; un commercio poco redditizio che non giustificava il futuro prospero che gli investitori immaginavano per la compagnia. Tuttavia l’interesse per l’impresa non accennò a diminuire, anche se il primo viaggio in Sud America fu del 1717 e produsse un modesto profitto. Come se non bastasse i rapporti tra l’Inghilterra e la Spagna si deteriorarono nel 1718 e le prospettive a breve termine diventarono tutt’altro che rosee. Nella realtà i commerci non si stavano affatto sviluppando ed erano continuamente ostacolati dalla Spagna che, nel 1718, confiscò le navi della South Sea Company nelle colonie. Nonostante ciò, gli investitori vedevano profitti enormi nel lungo termine e non si disaffezionavano alla compagnia, che peraltro ben celava i propri problemi.


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La Compagnia dei Mari del Sud commissionò questa carta al cartografo Herman Moll. Una vasta regione che la compagnia vantava come proprio territorio commerciale senza tener conto che la Spagna rivendicava il medesimo territorio e l’esclusiva del commercio con le proprie colonie.


Nel 1719 la South Sea Company propose di rilevare oltre la metà del debito pubblico inglese pari a 30.981.712 sterline, finanziando il tutto con nuove azioni e convertendo il debito a un basso interesse, il 5% fino al 1727 e il 4% per gli anni successivi. Ogni parte aveva il suo tornaconto all’infuori dei sottoscrittori delle azioni che, nella sostanza, comperavano debiti a fronte di profitti esistenti solo nelle loro fantasiose aspettative.

Tanto per entrare nella dimensione delle cifre, nel 1719 i debiti dell’Inghilterra ammontavano a circa 50 milioni di sterline così ripartiti:

Il solo uomo politico che ebbe qualcosa da ridire sul conferimento di parte del debito pubblico fu Mr. Walpole che avvisò:


Gli avvertimenti di Walpole furono diretti a orecchi sordi e fu considerato un infausto falso profeta. Di lui si diceva che gracchiava, come un corvo imperiale rauco, solamente cattivi auspici mentre i suoi amici, che ben lo conoscevano, lo paragonarono a Cassandra, che con le sue inascoltate ma veritiere profezie non veniva mai creduta. Il Parlamento lo ascoltò attentamente una sola volta e ogni suo successivo intervento fu diretto a panche vuote, poiché nessuno ebbe la sua visione catastrofica. Alla fine la compagnia prese in carico l’85% dei debiti a scadenza e l’80% di quelli inestinguibili finanziando il tutto con l’emissione di nuove azioni.

Le azioni quotate a 128 sterline nel gennaio 1720, salirono a 220 in marzo, 550 in maggio, 890 in giugno e 1.000 a luglio. Apparentemente Walpole aveva sbagliato ogni previsione.

Nemmeno il grande scienziato Isaac Newton riuscì a resistere alla tentazione di guadagni facili e veloci in borsa e il 20 aprile del 1720 vendette le azioni in suo possesso, ricavandone un profitto di 7.000 sterline. Tuttavia la vendita fu effettuata troppo presto e, il rialzo proseguiva violentemente, Newton decise di rientrare nel titolo ma lo fece quasi ai massimi, incapace di attendere ancora mentre il titolo saliva senza sosta.

L’impennata delle azioni della South Sea Company proseguì fino a quando toccarono la loro punta massima a 1.050 sterline.Dal massimo il valore delle azioni precipitò del 90% in poche settimane e alla fine lo scienziato perse 20.000 sterline, una cifra che possiamo stimare tra i 3 e i 4 milioni di euro.

Gli investitori furono presi dal panico al quale seguì la rabbia nei confronti della dirigenza della Compagnia, colpevoli di aver ingannato gli azionisti vendendo prima del crollo.

Vi è da dire che la forte popolarità della South Sea Company spinse molti imprenditori e spregiudicati imbroglioni a creare società per azioni aventi i più disparati e fantasiosi oggetti sociali, col fine ultimo di raccogliere denaro dai sottoscrittori. Era una vera e propria mania collettiva: trovare finanziatori per nuove imprese non era mai stato così facile.

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Andamento grafico della South Sea Company.


La bolla speculativa ebbe origine dalle aspettative irreali che gli incauti investitori riposero nelle “società per azioni”, un tipo di società esistente in Inghilterra da circa un secolo e che venne visto come il nuovo miracolo della finanza. Partecipare a ingenti, veloci e facili profitti era semplicissimo, bastava sottoscrivere le azioni di qualche nuova impresa e attendere che i capitali si moltiplicassero.

Durante i primi anni del 1700 nacquero società con i propositi più improbabili e fantasiosi: un progetto per una sorta di mitragliatrice religiosa in grado di sparare pallottole sia rotonde che quadrate a seconda che il nemico fosse cristiano o turco, per l’assicurazione dei cavalli, per perfezionare l’arte della produzione del sapone, per restaurare e ricostruire le case parrocchiali o vicariali, per trasformare l’argento vivo in metallo prezioso malleabile, per edificare case od ospedali destinati a raccogliere e mantenere bambini illegittimi, e via discorrendo.

«Posso calcolare il moto dei corpi celesti
ma non la pazzia delle folle»
(Isaac Newton, vittima del crollo delle quotazioni)

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Isaac Newton ritratto nel 1712 da Sir James Thornhill in una posa seria e austera. Probabilmente il grande scienziato avrebbe dovuto riflettere altrettanto seriamente quando, otto anni dopo, decise di investire i propri risparmi nella South Sea Company.

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